Dall’avvento del cristianesimo, infatti, la nostra regione ha dato vita a diverse comunità diocesane e numerose famiglie monastiche (certosini, cistercensi, domenicani, francescani, Minimi) che confermano la ricchezza, la varietà della produzione, ma anche la necessità di recuperarne i fondi musicali valorizzandoli e proponendoli al pubblico. La formazione del Coro Ancillae Domini ha avuto lo scopo di riportare in vita, attraverso il canto, quanto di ricco e profondo la Calabria possedesse con le sue peculiarità musicali e le sue tradizioni.
L’invito del Santo Padre Benedetto XVI, oggi, di recuperare il canto gregoriano che, con forza autentica si sposa con la liturgia, rappresenta un invito alla contemplazione, a una sosta dal vortice quotidiano per mettersi in ascolto in una dimensione che è altro da sé e dal contingente.
Nato come preghiera, come nuda azione di elevazione, il canto gregoriano divenne vita liturgica, melodia che risvegliava il desiderio d’infinito, che rendeva sensibile la profondità di Dio, che era l’abito su misura della Sua Parola. Tuttavia il tempo e le mode l’hanno a poco a poco relegato, se non del tutto dimenticato, e oggi, la liturgia è nella maggior parte dei casi “amusicale”. Si canta poco e, spesso, quel che si canta, non è consono alla dignità della celebrazione liturgica.
Il nostro gruppo non si stanca di valorizzare e restituire al canto gregoriano la dignità e l’ estrema pregnanza di ‘canto sacro’ promuovendone la conoscenza autentica e profonda, il fascino suadente della sua semplicità, dei suoi bagliori di spirito ineffabile.
L’invito è di non far morire ciò che non ci suggestiona solo epidermicamente, o che ci affascina per le sue melodie, ma che permea dal profondo il nostro essere, non dimenticando che cantare significa pregare due volte, e che un tempo non c’era parola della messa che non fosse cantata.
Licia Di Salvo